Era il 18 gennaio del 1977. Per tutti i tifosi della Lazio, la memoria del centravanti non è legata alla sua tragica fine, ma a ciò che ha rappresentato per una squadra, ancora adesso, amatissima. Oggi, a distanza di molto tempo, suo figlio ha regalato a “il Giornale d’Italia” il ricordo che lui ha di suo padre ed il particolare legame che lo unisce alla "Nord". "Quella bandiera in Curva mi emoziona ogni volta"
Amava le canzoni di Battisti e Mogol, Luciano Re Cecconi.
Cantava “nei tuoi occhi, innocenti…” anche prima di scendere in campo, con la maglia biancoceleste e quel numero 8 sulle spalle che lo avevano reso un mito. Forse, fischiettava “Acqua Azzurra, Acqua Chiara” prima che un’assurda tragedia stroncasse la sua vita, 35 anni fa.
Aveva 28 anni, il 18 gennaio 1977, l’“Angelo Biondo”. Una moglie che adorava, Cesarina, un figlioletto di poco più di due anni, Stefano e la seconda, Francesca, che sarebbe nata da lì a pochi mesi.
Sembra una scena di “Roma violenta”, la morte di Re Cecconi, ma non lo è. Sono gli anni di piombo, ma a Luciano, la violenza della lotta armata non interessa. Non ha nemmeno il porto d’armi, una vera e propria eccezione rispetto ai suoi compagni di squadra. È calmo, riflessivo e molto riservato. Vive per la sua famiglia e per il pallone. La politica e gli scontri di piazza li lascia agli altri.
È infortunato, Luciano, in quell’inverno del ‘77. Sta recuperando, però. “Sto meglio Mister, con il Cesena, domenica, penso di poter rientrare”. Il Mister, non è più Tommaso Maestrelli. Nemmeno due mesi prima, un tumore si è portato via l’allenatore che aveva fatto un miracolo nella storia della Lazio, regalarle il suo primo scudetto.
Quel martedì 18 gennaio, Re Cecconi si allena insieme al resto della squadra. Oramai il ginocchio è guarito. È felice, può tornare a giocare. Nel pomeriggio, lui e Pietro Ghedin, un altro giocatore della Lazio, sono in giro. Per passare il tempo raggiungono un loro conoscente, Giorgio Fraticcioli, che è titolare di una profumeria. I due amici accompagnano il commerciante a fare una commissione. Deve consegnare della merce ad un cliente, un gioielliere. Da questo punto in poi, cominciano i dubbi e i misteri di questa strana storia di cronaca nera, che di sport non ha nulla. Sembra che, quando i tre arrivano davanti all’oreficeria, Luciano decida di fare uno scherzo. Si tira su il bavero del cappotto ed entra esclamando: “fermi tutti, questa è una rapina”. Bruno Tabocchini, il titolare della gioielleria, non lo riconosce. Preso dal panico, tira fuori una pistola e spara. Ad altezza d’uomo. Colpisce Re Cecconi in pieno petto. Il proiettile, calibro 7.65, arriva al cuore e non gli lascia scampo. Luciano non arriverà vivo all’ospedale. Sarà Felice Pulici l’unico giocatore della Lazio ad avere il coraggio di entrare all’obitorio del San Giacomo per riconoscerlo.
Eppure, l’”Angelo Biondo” è stato molto di più che un giocatore ucciso in un pomeriggio di ordinaria follia, della fine degli anni settanta.
Suo figlio Stefano lo ha voluto ricordare così, rilasciando una commovente intervista a “Il Giornale d’Italia”. Anche lui ama Battisti, anche lui è diventato laziale. Sfegatato. Ma, d’altronde, con un padre così, era inevitabile. Si emoziona soltanto all’idea di nominarlo, suo papà.
Stefano, che ricordi hai di tuo padre?
Nel ’77 avevo due anni e mezzo. Più che ricordi veri e propri, è una “voglia di ricordare”, che mi fa avere un’immagine di papà. Un’immagine sfuocata, che però, grazie ai racconti della mia famiglia, delle foto e dei tifosi, diventa più nitida e me lo fa tornare in mente sorridente. Sempre sorridente.
I tifosi laziali, nonostante siano passati 35 anni dalla sua scomparsa, lo ricordano ancora con un affetto incredibile. Basta dire “Re Cecconi” e la gente si emoziona. Anche chi non ha vissuto quel periodo
Si, assolutamente. Ho sempre avuto molto rispetto dai tifosi. Affetto, calore e solidarietà non sono mai mancati. E questo per me è motivo di vanto ed orgoglio. Anche dai più giovani che in quegli anni nemmeno erano nati. Questo dimostra quanto il ricordo di papà sia rimasto indelebile nel tempo.
Cosa ha significato Luciano Re Cecconi per i colori biancocelesti?
Credo sia un modello di “lazialità”. Sono convinto che rappresenti un pezzo fondamentale della storia di questa squadra. Ed anche il fatto che sia scomparso in quel modo, così tragico, forse non è un caso. Perché la storia della Lazio è fatta anche di sfortune e disgrazie. Essere laziali non è una cosa semplice, bisogna essere forti per amarla.
Quindi tu sei tifoso?
Assolutamente si. E non potrebbe essere altrimenti. Sono innamorato di questi colori, lazialissimo.
Insieme a mio cugino Luciano, che si chiama come papà, abbiamo fondato i “Viking Nord Italia”, un gruppo nostro, per seguire la squadra in tutte le trasferte del nord. In incognito ovviamente, senza apparire. Soltanto per passione. Ogni tanto vengo anche allo Stadio Olimpico. Di recente sono stato anche in Curva Nord. Mi sono emozionato moltissimo.
A proposito, ogni domenica, in Curva Nord sventola una bandiera gigantesca, raffigurante il volto di tuo padre. L’hai vista?
Certo, come potrei non vederla! Quella bandiera mi emoziona ogni volta, ad ogni partita. È stupenda. Una presenza costante.
Poi l’immagine scelta è da brividi. La foto in cui papà si appoggia al palo è davvero azzeccata. Sembra quasi che sollevi lui direttamente il vessillo. Credo anche, ma forse sono di parte, che di bandiere così non ce ne siano.
Tu hai scritto anche un libro per cercare di ricostruire come andarono le cose quel giorno. A prescindere dalle verità processuali.
Si, è stato grazie al lavoro di Maurizio Martucci, che abbiamo raccontato, attraverso una dettagliata raccolta di fatti, la storia di mio padre, facendo in modo di mettere i “puntini sulle i”. Al di là del caso giudiziario, la mia intenzione è sempre stata quella di ridare dignità alla sua figura.
Il libro si intitola: “Non scherzo – Re Cecconi 1977, la verità calpestata”. E lascia un po’ intendere che questa sia la tua versione su come andarono le cose quel giorno.
Esattamente. A riguardo, io ho un’idea molto chiara. Erano anni difficili quelli, erano gli “anni di piombo”. Sicuramente è stata una tragedia, ma non un gioco. Assolutamente, ne sono sicuro.
Si sparava senza starci troppo a pensare in quel periodo ed il gioielliere che colpì a morte papà, lo aveva già fatto. Aveva già usato la pistola, un’altra volta. Era uno dal “grilletto facile”, diciamo così. Il processo venne orientato da subito verso un’unica direzione. Ma non ci fu chiarezza nemmeno da parte dei “protagonisti”. Ad esempio Ghedin non ha mai voluto parlare. Sicuramente quell’episodio fu uno choc per la sua vita, ma mai paragonabile alla tragedia ed alla sofferenza che hanno colpito la mia famiglia.
Non sei l’unico a pensarla così.
La gente, infatti, continua a farsi domande su quella vicenda. Anche a distanza di 35 anni. Credo che chiunque sia dotato di intelligenza si renda conto che troppe cose non sono state dette e che ci siano molti lati oscuri, che nessuno ha mai voluto affrontare. A me, però, non interessa. È molto più importante che la memoria di mio padre resti sempre pulita. Che non venga infangata.
Ovviamente il ricordo di Luciano Re Cecconi non può essere soltanto legato a quella giornata.
Assolutamente no. L’affetto dei tifosi e quella bandiera in Curva Nord, mi ripagano di tante sofferenze subite. Perché me, si tratta sempre di mio papà.
Per i laziali, lui, rappresenta ancora un modello di forza, dedizione, attaccamento alla maglia.
Se Giorgio Chinaglia incarnava l’irruenza e la grinta tipica di un “tifoso in campo”, mio padre rappresentava per tutti, la signorilità. Come se fossero uno il cuore, l’altro la mente della più bella Lazio di sempre.
Amava le canzoni di Battisti e Mogol, Luciano Re Cecconi.Cantava “nei tuoi occhi, innocenti…” anche prima di scendere in campo, con la maglia biancoceleste e quel numero 8 sulle spalle che lo avevano reso un mito. Forse, fischiettava “Acqua Azzurra, Acqua Chiara” prima che un’assurda tragedia stroncasse la sua vita, 35 anni fa.Aveva 28 anni, il 18 gennaio 1977, l’“Angelo Biondo”. Una moglie che adorava, Cesarina, un figlioletto di poco più di due anni, Stefano e la seconda, Francesca, che sarebbe nata da lì a pochi mesi. Sembra una scena di “Roma violenta”, la morte di Re Cecconi, ma non lo è. Sono gli anni di piombo, ma a Luciano, la violenza della lotta armata non interessa. Non ha nemmeno il porto d’armi, una vera e propria eccezione rispetto ai suoi compagni di squadra. È calmo, riflessivo e molto riservato. Vive per la sua famiglia e per il pallone. La politica e gli scontri di piazza li lascia agli altri.È infortunato, Luciano, in quell’inverno del ‘77. Sta recuperando, però. “Sto meglio Mister, con il Cesena, domenica, penso di poter rientrare”. Il Mister, non è più Tommaso Maestrelli. Nemmeno due mesi prima, un tumore si è portato via l’allenatore che aveva fatto un miracolo nella storia della Lazio, regalarle il suo primo scudetto.Quel martedì 18 gennaio, Re Cecconi si allena insieme al resto della squadra. Oramai il ginocchio è guarito. È felice, può tornare a giocare. Nel pomeriggio, lui e Pietro Ghedin, un altro giocatore della Lazio, sono in giro. Per passare il tempo raggiungono un loro conoscente, Giorgio Fraticcioli, che è titolare di una profumeria. I due amici accompagnano il commerciante a fare una commissione. Deve consegnare della merce ad un cliente, un gioielliere. Da questo punto in poi, cominciano i dubbi e i misteri di questa strana storia di cronaca nera, che di sport non ha nulla. Sembra che, quando i tre arrivano davanti all’oreficeria, Luciano decida di fare uno scherzo. Si tira su il bavero del cappotto ed entra esclamando: “fermi tutti, questa è una rapina” (questa è la versione resa dal gioielliere, ma mai confermata). Bruno Tabocchini, il titolare della gioielleria, non lo riconosce. Preso dal panico, tira fuori una pistola e spara. Ad altezza d’uomo. Colpisce Re Cecconi in pieno petto. Il proiettile, calibro 7.65, arriva al cuore e non gli lascia scampo. Luciano non arriverà vivo all’ospedale. Sarà Felice Pulici l’unico giocatore della Lazio ad avere il coraggio di entrare all’obitorio del San Giacomo per riconoscerlo.
Eppure, l’”Angelo Biondo” è stato molto di più che un giocatore ucciso in un pomeriggio di ordinaria follia, della fine degli anni settanta.Suo figlio Stefano lo ha voluto ricordare così, rilasciando una commovente intervista a “Il Giornale d’Italia”. Anche lui ama Battisti, anche lui è diventato laziale. Sfegatato. Ma, d’altronde, con un padre così, era inevitabile. Si emoziona soltanto all’idea di nominarlo, suo papà.
Stefano, che ricordi hai di tuo padre?Nel ’77 avevo due anni e mezzo. Più che ricordi veri e propri, è una “voglia di ricordare”, che mi fa avere un’immagine di papà. Un’immagine sfuocata, che però, grazie ai racconti della mia famiglia, delle foto e dei tifosi, diventa più nitida e me lo fa tornare in mente sorridente. Sempre sorridente.
I tifosi laziali, nonostante siano passati 35 anni dalla sua scomparsa, lo ricordano ancora con un affetto incredibile. Basta dire “Re Cecconi” e la gente si emoziona. Anche chi non ha vissuto quel periodoSi, assolutamente. Ho sempre avuto molto rispetto dai tifosi. Affetto, calore e solidarietà non sono mai mancati. E questo per me è motivo di vanto ed orgoglio. Anche dai più giovani che in quegli anni nemmeno erano nati. Questo dimostra quanto il ricordo di papà sia rimasto indelebile nel tempo.
Cosa ha significato Luciano Re Cecconi per i colori biancocelesti?Credo sia un modello di “lazialità”. Sono convinto che rappresenti un pezzo fondamentale della storia di questa squadra. Ed anche il fatto che sia scomparso in quel modo, così tragico, forse non è un caso. Perché la storia della Lazio è fatta anche di sfortune e disgrazie. Essere laziali non è una cosa semplice, bisogna essere forti per amarla.
Quindi tu sei tifoso?Assolutamente si. E non potrebbe essere altrimenti. Sono innamorato di questi colori, lazialissimo.Insieme a mio cugino Luciano, che si chiama come papà, abbiamo fondato i “Viking Nord Italia”, un gruppo nostro, per seguire la squadra in tutte le trasferte del nord. In incognito ovviamente, senza apparire. Soltanto per passione. Ogni tanto vengo anche allo Stadio Olimpico. Di recente sono stato anche in Curva Nord. Mi sono emozionato moltissimo.
A proposito, ogni domenica, in Curva Nord sventola una bandiera gigantesca, raffigurante il volto di tuo padre. L’hai vista?Certo, come potrei non vederla! Quella bandiera mi emoziona ogni volta, ad ogni partita. È stupenda. Una presenza costante.Poi l’immagine scelta è da brividi. La foto in cui papà si appoggia al palo è davvero azzeccata. Sembra quasi che sollevi lui direttamente il vessillo. Credo anche, ma forse sono di parte, che di bandiere così non ce ne siano.
Tu hai scritto anche un libro per cercare di ricostruire come andarono le cose quel giorno. A prescindere dalle verità processuali.Si, è stato grazie al lavoro di Maurizio Martucci, che abbiamo raccontato, attraverso una dettagliata raccolta di fatti, la storia di mio padre, facendo in modo di mettere i “puntini sulle i”. Al di là del caso giudiziario, la mia intenzione è sempre stata quella di ridare dignità alla sua figura.
Il libro si intitola: “Non scherzo – Re Cecconi 1977, la verità calpestata”. E lascia un po’ intendere che questa sia la tua versione su come andarono le cose quel giorno.Esattamente. A riguardo, io ho un’idea molto chiara. Erano anni difficili quelli, erano gli “anni di piombo”. Sicuramente è stata una tragedia, ma non un gioco. Assolutamente, ne sono sicuro.Si sparava senza starci troppo a pensare in quel periodo ed il gioielliere che colpì a morte papà, lo aveva già fatto. Aveva già usato la pistola, un’altra volta. Era uno dal “grilletto facile”, diciamo così. Il processo venne orientato da subito verso un’unica direzione. Ma non ci fu chiarezza nemmeno da parte dei “protagonisti”. Ad esempio Ghedin non ha mai voluto parlare. Sicuramente quell’episodio fu uno choc per la sua vita, ma mai paragonabile alla tragedia ed alla sofferenza che hanno colpito la mia famiglia.
Non sei l’unico a pensarla così.La gente, infatti, continua a farsi domande su quella vicenda. Anche a distanza di 35 anni. Credo che chiunque sia dotato di intelligenza si renda conto che troppe cose non sono state dette e che ci siano molti lati oscuri, che nessuno ha mai voluto affrontare. A me, però, non interessa. È molto più importante che la memoria di mio padre resti sempre pulita. Che non venga infangata.
Ovviamente il ricordo di Luciano Re Cecconi non può essere soltanto legato a quella giornata.Assolutamente no. L’affetto dei tifosi e quella bandiera in Curva Nord, mi ripagano di tante sofferenze subite. Perché me, si tratta sempre di mio papà.Per i laziali, lui, rappresenta ancora un modello di forza, dedizione, attaccamento alla maglia.Se Giorgio Chinaglia incarnava l’irruenza e la grinta tipica di un “tifoso in campo”, mio padre rappresentava per tutti, la signorilità. Come se fossero uno il cuore, l’altro la mente della più bella Lazio di sempre.
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