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martedì 19 giugno 2018

dal fronte politico

13/03/2018 09:49

Il buongiorno (non) si vede dal Martina

L’attesa direzione del Pd tra la difesa d’ufficio del dimissionario Renzi e la voglia di processarlo della minoranza del partito

Il buongiorno (non) si vede dal Martina

Una direzione vecchio stile, con un convitato di pietra, Matteo Renzi, che segue dalla distanza consapevole che la sua missione, continuare a comandare sottotraccia, sarà difficile, quasi impossibile. Certo la reggenza di Maurizio Martina, ministro dell’agricoltura e suo fedelissimo, non sarà equilibrio destinato a durare a lungo. Il vicesegretario assicura: “Con il vostro contributo cercherò di guidare il partito nei delicati passaggi interni e istituzionali a cui sarà chiamato. Lo farò con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze, individuando subito insieme un luogo di coordinamento condiviso. Chiedo unità”. E poi ripete il dogma renziano post-voto: niente abbraccio a Lega e M5S: “Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità” mentre il Pd “continuerà a servire i cittadini dall'opposizione, dal ruolo di minoranza parlamentare”.

Non esce dal solco Graziano Delrio: “Abbiamo ricevuto una cartolina netta, chiara, dagli elettori. Noi staremo dove ci hanno messo gli elettori: all'opposizione”. E ancora: “Quando il Paese si renderà conto che le promesse saranno irrealizzabili, gli elettori chiederanno conto”. Ma la prospettiva della traversata del deserto piace poco, il clima da processo, con Renzi sul banco degli imputati, prende forma quando parla l’eterna voce critica Gianni Cuperlo: “La responsabilità intera non va scaricata sul segretario, coinvolge una classe dirigente e ha radici che vengono da lontano ma se vogliamo affrontare ciò che ci dice il popolo italiano serve un cambio di linea” e “non l'ho riscontrato”. Chiaramente lo scenario diventa un governo di scopo: “Noi non dovremo fare la stampella di nessuno, ma non credo che si debba escludere la terza forza del Parlamento della Repubblica dal compito che deriva dalle urne e che è fare politica: usare il consenso per cercare lo sbocco possibile, anche con l'ipotesi di un governo di scopo che si rivolga al complesso degli schieramenti con un programma limitato e poi il ritorno alle urne”, mentre per il partito la cura è “azzerare la segreteria e costituire subito una collegialità che coinvolga la ricchezza del nostro pluralismo. Colmando la ferita prodotta in quest'ultima notte sulla composizione delle liste”.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando sottolinea: “Tutti abbiamo responsabilità, ma tra noi le responsabilità sono diverse”. Per Orlando serve una discussione profonda “che credo sarebbe dovuta essere fatta all'indomani del referendum, che ci offriva esattamente lo scenario che in modo enfatizzato ci hanno consegnato le urne. Cioè due nazioni dentro lo stesso Paese. Il Nord e il Sud, la città e la periferia, gli adulti e i giovani. Oggi il voto ci consegna un doppio bipolarismo. Se avessimo provato a fare quella discussione dopo il referendum, forse potevamo attenuare gli effetti di un'onda che indubitabilmente c'è”. Poi, l’affondo con la richiesta di dimissioni della segreteria. “Evitiamo strategie maoiste: non credo che nel partito si possa fare a meno di ciò che ha rappresentato Renzi in questi anni, sarebbe una cretinata. Ma non penso neanche che qualcuno possa pensare che mentre qualcuno si carica il peso della transizione, si defila e spara sul quartier generale, secondo una strategia inaugurata dal presidente Mao Tze Tung”. 

 Michele Emiliano, che resta l'unico a proporre un appoggio ai 5 stelle, in direzione dice: “La mia area darà un'astensione di incoraggiamento a Martina: collaboreremo con il segretario, e faremo in modo che questo Paese abbia un governo nel minore tempo possibile”.