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domenica 25 giugno 2017

Editoriale

09/02/2014 06:00

"Giorno del Ricordo", dieci anni dall'emozione di quelle luci verdi

Domani la ricorrenza per non dimenticare la tragedia vissuta da centinaia di migliaia di italiani

"Giorno del Ricordo", dieci anni dall'emozione di quelle luci verdi
Nel 2004 l'istituzione della legge per commemorare martiri delle foibe ed esuli istriani, fiumani e dalmati

Dieci anni son passati dall'approvazione della legge che istituisce il 10 febbraio, "Giorno del Ricordo" dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, fiumani e dalmati. 
Porta il mio nome ed è per me, moralmente, la cosa più bella della mia vita da parlamentare. Personalmente è anche un ricordo indelebile: il tabellone che si riempiva di luci verdi, l'emozione, la commozione nel capire che quel sogno si realizzava davvero. Per me era soprattutto l'aver adempiuto ad una promessa, intima, che avevo fatto a me stesso tanto tempo prima.
Mi tornavano alla memoria i ricordi di anni ormai lontani, vorticavano nella mente immagini e parole, vivide come fossero di ieri, di quand'ero bambino.
Pensavo ai capelli candidi di nonno, ai suoi occhi chiari e acquosi, ai racconti della Grande Guerra, fatta da volontario irredento, istriano; pensavo a quando si andava al vecchio Cimitero degli Eroi di Redipuglia, al Podgora di Scipio Slataper, alla trincea della Frasche di Filippo Corridoni; pensavo alle lacrime di mamma davanti a quella che era stata casa loro, a Buie, sentinella dell'Istria, da dove erano partiti esuli e ove ormai viveva altra gente, che parlava un'altra lingua, così dura e lontana da quella del dolce sì...
Quante volte allora, avevo pensato "non è giusto" e mi ero detto, nelle pieghe dei miei pensieri nascosti, "da grande combatterò per te e per voi".
Ecco, la mia buona battaglia l'avevo combattuta e l'avevo vinta.
E' lì, è una legge dello Stato, tanti ora sapranno, tanti impareranno, tanti capiranno; quelle vicende, quei nomi, quelle città, non saranno più piccola e sofferta storia di un remoto angolo d'Italia, ma tornerà ad appartenere a tutti gli Italiani.
Certo, da ragazzo sognavo il tricolore sul campanile di Buie, sulla torre di Montona, sull'Arena di Pola, sull'aquila di Fiume, sognavo giustizia per quei trecentocinquantamila esuli sparsi in ogni angolo del pianeta, e per me giustizia era riavere la casa e la terra strappata.
Ho imparato col tempo a comprendere che spesso la giustizia non è di questo mondo, che la legge della foresta diventa troppe volte la legge degli uomini, che il tempo drammaticamente cancella storie, sangue, lingue, tradizioni.
Ma ho capito anche che la peggior ingiustizia, la peggior resa è proprio quella verso il tempo che tutto cancella, è la rinuncia alla memoria, è la banale aspirazione a sopravvivere senza pensieri e senza valori, figli del presente e già orfani del futuro, sradicati e apolidi atomi di passaggio attraverso una cronaca scritta da altri.
Il Giorno del Ricordo non è, in tutta evidenza, una riparazione materiale ai drammi d'allora, ma è un grande un atto di giustizia, verità, riconciliazione.
E' l'aver ridato un senso al cammino comune, riconsegnato alla storia nazionale pagine ignobilmente strappate, ridestato il senso di una comunità di destino.
E' l'aver finalmente dato un fiore a tutti quei morti senza croce, sprofondati chissà dove nelle voragini del Carso, ma soprattutto aver fatto ch'essi non fossero più morti di serie B, destinati ad essere figli di un dio minore, sacrificati ad una verità che non si poteva dire...
Ma non è solo memoria, è anche futuro nel segno di una rinnovata coscienza culturale e nazionale, seme che germoglierà ancora in quelle terra adriatica orientale.
Chi vuol scendere oltre Trieste lungo l'antica via Flavia, ora che con l'Europa neppure ci son più le sbarre al confine, troverà nelle pietre e nella cultura il senso di una comune storia nazionale, dal leone marciano con i dogi sul Palazzo Pretorio di Capodistria (Caput Histriae) al  "Trillo del diavolo" di Tartini a Pirano, dalle volte della Basilica Eufrasiana di Parenzo (Julia Parentium) alle arcate dell'Arena di Pola (Pietas Julia), all'aquila di Fiume(Tarsatica) la dannunziana città di vita.
E più giù ancora, in Dalmazia, incontrerà Zara, salutato dal leone alato della Porta di Terraferma, la Sebenico di Niccolò Tommaseo, la Spalato del Palazzo di Diocleziano, la Ragusa che fu Repubblica di San Biagio col motto "Libertas", quinta repubblica marinara italiana...
La legge sul Giorno del Ricordo, dieci anni dopo, si dimostra essere anche e soprattutto l'occasione per una ricucitura storica e culturale di tutti gli italiani, una presa di coscienza nazionale sulla lunga e diffusa esperienza umana e civile degli italiani dell'Adriatico orientale, al loro grande contributo alla costruzione della Patria Italiana e di quell'Europa adriatica che fu anche il sogno dei grandi del Risorgimento nazionale: un sogno che oggi val la pena di tornare a cullare.
Dieci anni son passati dall'approvazione della legge che istituisce il 10 febbraio, "Giorno del Ricordo" dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, fiumani e dalmati. 

Porta il mio nome ed è per me, moralmente, la cosa più bella della mia vita da parlamentare. Personalmente è anche un ricordo indelebile: il tabellone che si riempiva di luci verdi, l'emozione, la commozione nel capire che quel sogno si realizzava davvero. Per me era soprattutto l'aver adempiuto ad una promessa, intima, che avevo fatto a me stesso tanto tempo prima.

Mi tornavano alla memoria i ricordi di anni ormai lontani, vorticavano nella mente immagini e parole, vivide come fossero di ieri, di quand'ero bambino.

Pensavo ai capelli candidi di nonno, ai suoi occhi chiari e acquosi, ai racconti della Grande Guerra, fatta da volontario irredento, istriano; pensavo a quando si andava al vecchio Cimitero degli Eroi di Redipuglia, al Podgora di Scipio Slataper, alla trincea della Frasche di Filippo Corridoni; pensavo alle lacrime di mamma davanti a quella che era stata casa loro, a Buie, sentinella dell'Istria, da dove erano partiti esuli e ove ormai viveva altra gente, che parlava un'altra lingua, così dura e lontana da quella del dolce sì...

Quante volte allora, avevo pensato "non è giusto" e mi ero detto, nelle pieghe dei miei pensieri nascosti, "da grande combatterò per te e per voi".

Ecco, la mia buona battaglia l'avevo combattuta e l'avevo vinta.

E' lì, è una legge dello Stato, tanti ora sapranno, tanti impareranno, tanti capiranno; quelle vicende, quei nomi, quelle città, non saranno più piccola e sofferta storia di un remoto angolo d'Italia, ma tornerà ad appartenere a tutti gli Italiani.

Certo, da ragazzo sognavo il tricolore sul campanile di Buie, sulla torre di Montona, sull'Arena di Pola, sull'aquila di Fiume, sognavo giustizia per quei trecentocinquantamila esuli sparsi in ogni angolo del pianeta, e per me giustizia era riavere la casa e la terra strappata.

Ho imparato col tempo a comprendere che spesso la giustizia non è di questo mondo, che la legge della foresta diventa troppe volte la legge degli uomini, che il tempo drammaticamente cancella storie, sangue, lingue, tradizioni.

Ma ho capito anche che la peggior ingiustizia, la peggior resa è proprio quella verso il tempo che tutto cancella, è la rinuncia alla memoria, è la banale aspirazione a sopravvivere senza pensieri e senza valori, figli del presente e già orfani del futuro, sradicati e apolidi atomi di passaggio attraverso una cronaca scritta da altri.

Il Giorno del Ricordo non è, in tutta evidenza, una riparazione materiale ai drammi d'allora, ma è un grande un atto di giustizia, verità, riconciliazione.

E' l'aver ridato un senso al cammino comune, riconsegnato alla storia nazionale pagine ignobilmente strappate, ridestato il senso di una comunità di destino.

E' l'aver finalmente dato un fiore a tutti quei morti senza croce, sprofondati chissà dove nelle voragini del Carso, ma soprattutto aver fatto ch'essi non fossero più morti di serie B, destinati ad essere figli di un dio minore, sacrificati ad una verità che non si poteva dire...

Ma non è solo memoria, è anche futuro nel segno di una rinnovata coscienza culturale e nazionale, seme che germoglierà ancora in quelle terra adriatica orientale.

Chi vuol scendere oltre Trieste lungo l'antica via Flavia, ora che con l'Europa neppure ci son più le sbarre al confine, troverà nelle pietre e nella cultura il senso di una comune storia nazionale, dal leone marciano con i dogi sul Palazzo Pretorio di Capodistria (Caput Histriae) al  "Trillo del diavolo" di Tartini a Pirano, dalle volte della Basilica Eufrasiana di Parenzo (Julia Parentium) alle arcate dell'Arena di Pola (Pietas Julia), all'aquila di Fiume(Tarsatica) la dannunziana città di vita.

E più giù ancora, in Dalmazia, incontrerà Zara, salutato dal leone alato della Porta di Terraferma, la Sebenico di Niccolò Tommaseo, la Spalato del Palazzo di Diocleziano, la Ragusa che fu Repubblica di San Biagio col motto "Libertas", quinta repubblica marinara italiana...

La legge sul Giorno del Ricordo, dieci anni dopo, si dimostra essere anche e soprattutto l'occasione per una ricucitura storica e culturale di tutti gli italiani, una presa di coscienza nazionale sulla lunga e diffusa esperienza umana e civile degli italiani dell'Adriatico orientale, al loro grande contributo alla costruzione della Patria Italiana e di quell'Europa adriatica che fu anche il sogno dei grandi del Risorgimento nazionale: un sogno che oggi val la pena di tornare a cullare.

Roberto Menia