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mercoledì 28 giugno 2017

Storia

17/12/2015 11:07

I "vinti", il sacrificio di una generazione

1945: storie di guerra e di onore, di sangue versato e di famiglie nella bufera

I "vinti", il sacrificio di una generazione

Giovani assassinati a guerra finita: il perdono, cardine del sentimento cristiano, affiora da ogni missiva 

A proposito di condannati a morte appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana, di cui abbiamo parlato negli ultimi due giorni in riferimento al caso di Sant'Angelo in Formis, di casi come quello esaminato di recente ve ne sono moltissimi. Ne fa un resoconto che vale la pena di leggere qualche volume di Giampaolo Pansa, che consigliamo ai lettori. Ne riporteremo qui qualche stralcio, affinché il lettore che non ne sia a conoscenza possa prendere consapevolezza di quante atrocità sono state commesse nei confronti di quei giovani che avevano scelto di combattere da "questa" parte della barricata. Per esempio, c'è  il testamento spirituale di Giulio Bianchini, Cacciatore degli Appennini, ucciso a Mondovì il 5 maggio 1945. La guerra era finita. In queste parole c'è tutto: l'onore, l'amore per la Patria, il senso del sacrificio e anche del perdono, cardine del sentimento cristiano: "Sento che la mia fine non è lontana - scrive Bianchini - Morendo, lascio ai fratelli la mia fede. Lascio alla Patria la mia vita, il mio sangue, inutilmente sparso …. Non imprecate, non maledite nessuno. Non cercate coloro che mi hanno ucciso. So che non sarebbe difficile trovarli, perché essi, sinceramente, dell’avermi ucciso meneranno vanto. Nell’ebbrezza della loro vittoria, trasportati dal loro impeto e dalla loro fede, mi hanno ucciso certi di fare giustizia ….”. 
Scrivono Anna Maria Cascetta e Paola Provenzano di un sacerdote che a teatro, durante un incontro dedicato ai condannati a morte in periodo di guerra, chiese di poter parlare ad un gruppo di studenti di Drammaturgia a Parma: "Sono un  benedettino - disse - sono stato Cappellano in guerra e queste cose le ho viste, questi avvenimenti li ho vissuti da vicino. Sono stato testimone di infinite sofferenze. Parecchi di questi condannati li ho assistiti di persona e li ho introdotti fino alla morte. Molte delle loro lettere, essi stessi me l'hanno dettate e in alcuni casi mi è anche toccato il compito di recapitarle personalmente. Quello che questi giovani fanno è ammirevole. Il coraggio con cui essi ripropongono alla nostra meditazione quei documenti va rispettato! Cerchiamo di mettere fine alle polemiche, ascoltiamo quei messaggi e non profaniamoli!". L'argomento è la morte che seguiva, in tempo di guerra, alla condanna. Ma si sa, i morti non sono mai stati tutti uguali, a dispetto dei precetti del vivere civile e della tanto decantata "uguaglianza", sempre più sbandierata a parole e sempre meno rispettata nei fatti. La Cascetta e la Provenzano riferiscono infatti di come esplose una violenta polemica proprio quando venne letta la lettera di Giulio Bianchini. "Non fu accolta - scrivono - la proposta del gruppo di rispettare la validità del suo messaggio morale al di là dello schieramento politico al quale apparteneva. In molti rivissero degli odi mal sopiti, misero a nudo il loro intimo sentire. 'Io ho sofferto in guerra - insorse un signore in platea - non avete il diritto di accomunare il boia con il martire'. 'Le lettere dei fascisti devono essere bandite perché esse offendono i sentimenti dei presenti'. I giovani ribattevano: 'Non è un giudizio politico che si chiede in questo momento. Non è una valutazione storica. Non è un'affinità ideologica ma un consenso più profondo e più umano. A pochi istanti dalla morte non esistono più né colpevoli né giusti [...] ma solamente degli uomini, faccia a faccia col loro destino, a decidere di esso, della propria possibilità di salvarsi, di essere in qualche modo oltre la morte'".

Insomma, c'è chi si erge a Giudice Supremo pur essendo un essere umano come tutti noi. Chi può dire dove fosse la ragione e dove il torto? Probabilmente, quando si combatte una guerra, torti e ragioni non stanno mai da una parte sola. Ma non c'è nessuno che può arrogarsi il diritto di dare "patenti" di patriottismo né di "pesare" le anime di chi viene ucciso. Normalmente invece avviene, e a dettare le regole sono i cosiddetti "vincitori". Ma è strano: chi sono i "vincitori" in Italia? L'Italia la guerra la perse, non ci furono vincitori, fummo tutti dei vinti. Ma torniamo a Giulio Bianchini e ai martiri di quegli anni: di lui parla anche Giampaolo Pansa nel suo "I gendarmi della memoria", riferendo come quel giovane venne ucciso nella stessa notte in cui fu assassinata l'ausiliaria del SAF Emma Osella, 22 anni, insieme al suo fidanzato, il tenente Alberto Farina e un soldato del suo stesso reparto, Romano Bonaccorsi, come Giulio di origini grossetane, come Giulio diciottenne.

 

Affrontarono il momento estremo con fede e senza paura, ad occhi aperti, con coraggio

Donne e proiettili, quando si muore per la Patria

"Fra pochi minuti sarò fucilata. Una consolazione devo darti: fucilazione al petto e non alla schiena"

Altre sono le lettere di cui vengono riportati alcuni stralci. C'è quella della ventiquattrenne ausiliaria Barbara Forlani, uccisa il 5 maggio 1945. A guerra finita, come Giulio, come tanti altri giovani: perché uccidere ancora, quando la guerra è finita? "Sappi, mamma, quante domande mi sono posta prima di partire! - scrive Barbara - Risolvendole sempre, per la grande fede e l’amore che porto per te e per la mia cara Patria, con una soluzione: arruolarmi. La morte non mi spaventa. Non la temo. Le vado incontro giorno per giorno, ora per ora. L’unico mio rammarico sarebbe di morire senza il tuo perdono". Più nota è la missiva lasciata dall'ausiliaria Margherita Audisio: ne abbiamo già parlato, ma non possiamo non citarla anche in questa occasione e riportare un  passo dalla sua lettera: "Carissima Luciana - scrive a sua sorella - fra pochi minuti sarò fucilata. Una consolazione devo darti: fucilazione al petto e non alla schiena. Raggiungo papà in Paradiso, perché mi sono confessata e comunicata, e con lui proteggerò tutti. Tu sai che sono sempre stata una pura della mia fede: in essa ho sempre creduto, credo ancora e sono contenta di morire. Non piangete. Viva l’Italia". Mentre a sua madre, ausiliaria anche lei, scrisse: "Io vivo per la Patria e per la Patria ho giurato la morte …. Questo è il mio credo. Perciò non piangete. Pensate che quando si è dato tutto alla Patria, non si è dato abbastanza". Un'altra giovane ausiliaria di cui abbiamo trattato in passato è Laura Giolo, 24 anni. Era un'ausiliaria anche lei, e venne uccisa il 30 aprile 1945. Scrisse ai suoi familiari: "Sono gli ultimi istanti della mia vita, è già uscita la sentenza [...] Siate forti, tutti: ve lo chiedo io che dalla vita non attendo più nulla. Perdonate a tutti. Ve lo comando". Come si può vedere questo sentimento del perdono ricorre in moltissime lettere, come quello dell'amor di Patria e del sorriso e della serenità con cui si affronta la morte. Abbiamo già detto di Lidia Fragiacomo, passiamo quindi a leggere insieme poche parole tratte dalla letytera di Natalia Gastaldi, anche lei ausiliaria, anche lei ventiquattrenne, che venne uccisa il 3 maggio 1945: "Coraggio mamma, sorelle, papà. Sono condannata a morte per aver mantenuto la mia fede fascista. Muoio tranquilla e dal cielo veglierò su di voi". Ma non furono solo le giovanissime a morire. Quella di Adelina Conte è un'altra storia, ma finisce anch'essa in tragedia. Adelina era la moglie del vice-federale di Cuneo, venne uccisa il 3 maggio 1945 e scrisse ai suoi tre figli:  "Lucio, Carla, Dora, tesori miei, la vostra mamma che vi ha tanto amato sta per lasciarvi: io non ho nulla da rimproverarmi, perciò me ne andrei tranquilla e rassegnata, se non mi straziasse il pensiero di voi, figli amatissimi". Al marito scrisse: "Caro Vanni, tanto amato, mi dicono che sei morto. Io non voglio crederlo. Qualcosa mi dice che non è vero. Se sei vivo, ti raccomando i piccoli. Amali anche per me, sorvegliali, fa che non sentano la mia mancanza. Ti ho amato tanto, caro Vanni: esaudisci il mio desiderio, così sarò contenta ...".  Tra le vittime di quei gironi maledetti ci sono anche uomini e donne di chiesa. E c'è anche una terziaria francescana, Angela Maria Tam, ausiliaria, che venne prelevata dal carcere di Sondrio e uccisa il 6 maggio 1945. Scrisse a un sacerdote: "Sono lieta di raggiungere in Cielo i nostri Eroi. Sarà così bello in Cielo! Durante tutto il viaggio da Sondrio a Buglio ho cantato le canzoni della Vergine. Ho passato in prigione ore di raccoglimento e di vicinanza a Dio. Viva l’Italia! Gesù la benedica e la riconduca all’amore e all’unità per il nostro sacrificio. Così sia".

emoriconi@ilgiornaleditalia.org

 

Emma Moriconi

Commenti 

1

SEMBRA UNA CAZZATA MA: E' UN ATTO D'AMORE IMMENSO.

17/12/2015 16:59

Postato da VITTORIOSCIALPI

Chi per la Patria muore, vissuto è assai! Detta così, per i profani, sembra una cazzata ma, invece: è un atto d'amore immenso, verso il proprio credo e la Patria, che è anteposta alla propria vità per il bene comune, anche di chi la pensa diversamente.