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mercoledì 23 agosto 2017

Ritratti

04/06/2014 12:19

Luisa Ferida, assassinata a sangue freddo/2

Sono i giorni dell’odio cieco, quelli di fine aprile 1945. Qualcuno ha osato definirle “radiose giornate”

Luisa Ferida, assassinata a sangue freddo/2

Poco importa che siano innocenti e che la donna porti in grembo una creatura: muoiano tutti e tre, in nome della demagogia

La storia di dolore e di sangue che vive Luisa Ferida è tra le più brutte della storia, e purtroppo è anche tra le più sconosciute. Forse perché non fa comodo ricordare a quale orribile fine i partigiani hanno deciso di destinarla insieme al suo uomo. Luisa è una donna innocente, la sua sola “colpa” è stata quella di credere in un nuovo inizio a Cinevillaggio, la città del cinema della Repubblica sociale, dove con Osvaldo Valenti gira “Un fatto di cronaca” di Piero Ballerini. È il 1944, e i riflettori si accendono su di lei per l’ultima volta.

Osvaldo nel frattempo è entrato nella X Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese. Le accuse che i partigiani muovono contro Valenti riguardano un suo presunto - e mai dimostrato – contatto con la tristemente nota banda di Pietro Koch. Non ci sono elementi che dimostrino questo rapporto, in nessun luogo: serve un pretesto per condannarli a morte, tutto qui. Ma perché? La risposta è semplice: Valenti e la Ferida hanno seguito Mussolini a Salò, costituiscono un simbolo, è il cinema che crede nella Rsi, dunque sono scomodi, vanno “puniti”.

Poco importa che siano innocenti, poco importa che Luisa porti in grembo una creatura: muoiano tutti e tre, in nome della demagogia.

Demagogia che non si arresta neppure dopo settant’anni. A Milano, infatti, la maggioranza di Letizia Moratti ha recentemente deciso di dedicare all’attrice una targa, questa la dicitura: “In questo luogo, il 30/04/1945 venne assassinata, benché incinta, LUISA FERIDA, famosa attrice di teatro e di cinema. A lei e a tutte le vittime dell’odio e della violenza causate da ideologie totalitarie e antidemocratiche è dedicata questa targa, affinché mai più nella storia si ripetano tali nefandezze”. Un richiamo alla pietà dei defunti, tutelata dalle leggi italiane. Un ricordo. Che però non è andato giù ai partigiani, demagoghi in servizio permanente effettivo. 

Ecco un passaggio della lettera inviata dal presidente dell’ANPI milanese Carlo Smuraglia: “Mi sorprende anche il singolare concetto che si ha, a quanto pare, del significato della collocazione di una targa o dell’intestazione di una via. Di norma, lo si fa per ricordare, ma soprattutto per additare un esempio positivo. Che cosa ci sia si positivo nell’aver frequentato Villa Triste (la sede della banda Koch, ndr), conoscendo le atrocità che vi venivano commesse, senza ribellarsi, senza reagire, senza denunciare, almeno senza più tornare in un luogo di tanto orrore, mi riesce davvero impossibile capire”. Come dicevamo, il coinvolgimento di Valenti e della Ferida non è mai stato dimostrato. È stato invece dimostrato l’orrore compiuto dai partigiani nei confronti di due cittadini innocenti (anzi, tre, visto la Ferida come dicevamo era incinta), assassinati senza pietà e senza ragione. Forse è questa l’atrocità a cui Smuraglia dovrebbe porre mente. In compenso, se proprio vogliamo parlare di “targhe”, ve ne sono in abbondanza in giro per l’Italia che cantano le lodi dei partigiani. Anche qui la memoria storica è corta, evidentemente. O forse, più probabilmente, è asservita alla demagogia imperante da svariati decenni. Non ricorda, per esempio, le stragi partigiane. Ne abbiamo parlato a lungo sul Giornale d’Italia, e ne parleremo ancora. Perché dovrà arrivare il giorno in cui la storia si riapproprierà di se stessa.

Per tornare alla vicenda di cui ci occupiamo oggi, quando tutto sembra ormai perduto, Osvaldo Valenti decide di consegnarsi al nemico. La sua donna aspetta un figlio, lui vuole proteggere lei e la sua creatura. Non sa che invece sta firmando la condanna a morte di entrambi e anche di suo figlio, quel figlio che non vedrà mai la luce.

“Non voglio morire. Non voglio morire” grida la donna mentre i partigiani la spingono contro un muro con i mitra. Tra le mani, una scarpina azzurra: apparteneva al piccolo Kim, il figlio avuto da Osvaldo che era morto a pochi giorni dalla nascita. Sono le 23,35 del 30 aprile 1945. Qualcuno ha avuto il coraggio di chiamarle “radiose giornate”…

emoriconi@ilgiornaleditalia.org

Emma Moriconi

Commenti 

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FILIPPO GIANNINI

06/01/2016 00:10

Postato da mammoletta

COME MI MANCANO, MOLTO I SUOI COMMENTI PARLANDO DI MUSSOLINI E DELLA FATIDICA BORSA DICEVA: CHE CI SAREBBE VOLUTO TEMPO , MA CHE DAGLI ARCHIVI DI STATO UN PO ALLA VOLTA SAREBBE EMERSA LA VERITA

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Grazie, Romolo Magnani

04/06/2014 23:54

Postato da EmmaMoriconi

La ringrazio per la Sua costante attenzione e per il suggerimento, del quale faccio tesoro. Purtroppo sono tante le pagine della nostra storia che bisognerebbe riscrivere. Un quotidiano è un mezzo eccezionale, perché ci consente di farlo ogni giorno. Basta avere un Direttore a cui il coraggio non manca, una redazione attenta e motivata e la passione per la verità. Il nostro Giornale d'Italia. Grazie ancora e un cordiale saluto a Lei. Emma Moriconi

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Complimenti

04/06/2014 16:36

Postato da romolo

Gentile Emma Moriconi, Le faccio i miei più vivi complimenti per la serietà delle Sue ricerche e per l'abnegazione con cui le porta avanti. Finalmente qualcuno con il coraggio e il desiderio di ricercare la verità di tanti tragici fatti compiuti dai partigiani nel 1945. Tra i tantissimi mi permetto di ricordarLe l'orrenda strage delle carceri di Ferrara avvenuta l'8 giugno 1945. Un grazie sentito e un cordiale saluto. Romolo Magnani