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lunedì 25 settembre 2017

L'intervista

22/01/2017 18:36

La storia romanzata di Freda e Ventura

Il libro di Silvia e Anna Valerio, dedicato ai gruppi di 'brigantaggio padovano', raccontato da una delle autrici

La storia romanzata di Freda e Ventura

Un romanzo ben scritto, scorrevole. E quanto ai contenuti senz'altro scomodo. E' “Non ci sono innocenti” (Edizioni Ar, 2016), che racconta la storia vera di Franco Freda, di Giovanni Ventura e dei membri dei loro gruppi tra il 1967 e il 1969. Abbiamo intervistato, ospiti della libreria Raido, una delle autrici: Silvia Valerio, che lo ha scritto a quattro mani insieme alla sorella Anna.

Come nasce l'idea del romanzo?

Tutto è partito cinque anni fa. Io avevo voglia di cimentarmi in un lavoro che non fosse di narrativa breve come il mio precedente, ma mi mancava l'idea giusta. Dall'altra parte c'era Anna, che aveva raccolto una serie di appunti basati sulle conversazioni con il suo amico Giovanni Ventura, in cui avevano parlato della giovinezza di Giovanni, lambendo il momento iniziale della formazione dei gruppi culturali e politici di cui ha fatto parte insieme a Freda. Io e Anna ci siamo parlate e ci siamo dette: perché non proviamo a fare un romanzo su questa vicenda? Una vicenda che oltretutto si presta tantissimo al genere, perché c'è dentro di tutto: amore, tragedia, politica, idee rivoluzionarie... E c'è anche, a fare da sfondo, un momento storico – gli ultimi anni Sessanta – per me molto interessante, in cui sembra che tutto debba capovolgersi e cambiare.

Il vostro è un libro basato su una verità che riguarda fatti e uomini di cui molti, da più parti, hanno riferito in modo non sempre corretto. Quali sono, in sintesi, i muri che, mettendo su carta questa storia, avete voluto abbattere?

Su alcuni personaggi e storie generazionali le persone si formano idee false e tendenziose, basate sugli scritti di alcuni storici o su film come “Romanzo di una strage”, che per certi aspetti fa assolutamente ridere. Come quanto si vede Franco Freda che parla in veneto - non l'ha mai fatto in vita sua - e guida la macchina, quando in realtà non nemmeno ha la patente. C'è insomma come minimo un deficit di documentazione. Rispetto a tutto questo noi volevamo uscire dagli schemi e restituire ai vari personaggi – Freda e Ventura in primis – un po' di dignità storica e di immagine, in primo luogo abbattendo il cliché della strategia della tensione e del rapporto di questi gruppi rivoluzionari con i servizi segreti, che non c'è stato.

Inoltre abbiamo voluto precisare alcune cose, per esempio il fatto che Freda è indicato in molti libri di storia come uno dei dirigenti di Ordine Nuovo quando in realtà non è così, dato che ha frequentato quell'ambiente ma ne è uscito subito. E ancora l'autonomia ideale dei gruppi di “brigantaggio padovano” rispetto non solo, come si diceva prima, alla strategia della tensione, ma anche rispetto a partiti che avevano un'impostazione di tipo parlamentare, che invece qui non c'è dato che la loro era più una lotta ideale e ideologica.

Fermenti ideali e cultura. Due pilastri che risultano fondamentali per i personaggi di cui scrivete. Quanto conta, in particolare, la cultura? E perché la destra è risultata in quest'ambito non sempre in grado di costruire progetti efficaci?

Questo tema mi sta particolarmente a cuore, perché penso che la cultura sia l'arma più forte. E' un'attività che, girando per presentare il romanzo o altri libri delle edizioni Ar, personalmente svolgo con molto piacere, perché consente di incontrare persone e di gettare un semino nei loro cuori e menti. Ed è importantissimo, perché più ci si irrobustisce dal punto di vista culturale e della formazione e più si ha autonomia di pensiero, cioè si è liberi ed in grado di scegliere autonomamente cosa prendere dai mezzi di comunicazione e/o da internet, operando i necessari distinguo. Allora il discorso era simile: c'erano tanti ragazzi che avevano voglia di fare politica ma non avevano le basi di pensiero per capire bene in che direzione andare o cosa significava davvero fare una scelta di impegno politico. E i gruppi di cui scriviamo nascono anche per rafforzare i giovani sul piano culturale, per formare prima il soldato politico dall'interno e poi con le azioni.

L'Italia degli anni Sessanta e quella contemporanea. Quali sono secondo te le principali differenze tra i due scenari ed in particolare, politicamente parlando, tra i ragazzi di allora e quelli di oggi?

Prima di affrontare la scrittura mi sono documentata molto, passando parecchie ore nelle biblioteche a vedere filmati d'epoca e soprattutto facendo tantissime interviste, perché volevo avere una visione il più possibile diretta delle cose: sono infatti convinta che la verità e l'onestà siano il modo migliore per comunicare. La cosa che mi ha colpito di più confrontando quegli anni con il mondo contemporaneo è che oggi, a parte esperienze molto circoscritte, non c'è, soprattutto nei giovani – che per la loro età dovrebbero essere infiammati ed idealisti – una vera e propria sensibilità politica, non c'è voglia di impegnarsi. I ragazzi di oggi sono quelli di cui leggiamo sui giornali, quelli che uccidono i genitori per non dover discutere di brutti voti a scuola. Allora invece c'era un fermento incredibile anche tra i giovanissimi: ci si documentava, si faceva politica... Sicuramente non tutte le esperienze politiche e di contestazione di quegli anni sono state positive (anzi: tanti disastri di oggi derivano dal Sessantotto) però comunque allora c'era un fermento vitale che oggi non c'è più. Oggi regna l'apatia: i ragazzi passano il tempo al computer o davanti ai videogiochi mentre allora c'era la volontà di mettere le mani dentro la vita. Ecco, questo a me ha colpito tanto, in maniera quasi nostalgica. C'è poi anche un altro aspetto che da allora si è perso ed è quello che riguarda un certo stile che oggi non c'è più. Oggi si assiste, in molti ambiti (familiare, professionale, umano, relazionale), ad un calo di livello che fa veramente cadere le braccia.

Una delle forze che agitano i protagonisti del romanzo è la vendetta. Parlando senza ipocrisia, quanto c'è di positivo e quanto di negativo in questo sentimento?

Nel romanzo la vendetta è affrontata in diversi modi: c'è l'aspetto dei fascismi, che si vendicano per essere stati troppo presto considerati un fatto storico chiuso. E poi ce n'è uno più generale e soffuso, che riguarda i delitti contro la vita compiuti dal mondo degli anni Sessanta: in questo senso l'Autocrate (il protagonista del romanzo) si trova per esempio ad avere a che fare con la storia di un gruppo di operai che si ammalano di cancro e muoiono perché l'azienda in cui lavoravano utilizzava materiali tossici: un caso legato al progresso, alla voglia di guadagnare il più possibile, anche sulla pelle delle persone.

A tutto questo si aggiunge poi l'espandersi della televisione, dei suoi messaggi legati al benessere, al design comodo che puoi portarti in casa per convincerti di essere così una persona felice. Tutte spie di un mondo che limita e non permette di esprimere nulla di grande. Anzi, se poi tenti di farlo, vieni tacitato. Accadeva allora ed è così anche oggi. Quella messa in atto dai protagonisti del romanzo dunque non è solo una vendetta fascista, ma è più che altro una vendetta generale ed ideologica, nel senso che per riportare la vita ad una dimensione grande, eroica, degna di essere vissuta, si contesta il sistema che invece di eroico non ha nulla.

A proposito di vendetta inoltre c'è da dire che di solito quando se ne parla si fa un discorso etico, che ha a che fare con il bene e il male. E si tende a dire che la vendetta è male perché innesca una spirale di violenza. Noi però nel romanzo ci riferiamo ad un altro tipo di etica, quella epica degli antichi drammi greci, dove non si parla di morale ma soprattutto di peccato contro la vita, di aspirazione al grande contro il piccolo. Ed è questo che i protagonisti della nostra storia fanno: aspirano al grande e si vendicano contro il piccolo che uccide i loro slanci.

Un modo molto particolare con cui è descritto “Non ci sono innocenti” è il dire che riguarda “una storia trascorsa ma non ancora passata”. Cosa si intende secondo te?

Questa frase l'abbiamo scelta ed usata all'interno del book trailer. La storia passata è quella dei fascismi, che è trascorsa nel senso che risale diverso tempo fa, ma non è passata, come una ferita o un dolore, perché in un determinato ambiente ancora se ne sentono le passioni di riferimento.

Da quando è uscito il vostro romanzo è già stato protagonista di numerose presentazioni ed argomento di diversi articoli e commenti. Qual'è stata la cosa che vi ha fatto più piacere?

Sono particolarmente legata alle parole che ha speso il mio amico Andrea Consonni, che ha scritto una delle prime recensioni a “Non ci sono innocenti” parlandone come di “un libro che brucia”: mi è piaciuta moltissimo perché descrive il romanzo in un modo che incontra quello che ho provato io quando mi sono accostata a queste storie

Un'ultima domanda. Cosa diresti ai possibili lettori per convincerli a scegliere il vostro romanzo?

E' un po' imbarazzante far fare la parte propagandistica ad una delle autrici...

Diciamo allora così: se tu fossi un lettore cosa ti indurrebbe a scegliere “Non ci sono innocenti”?

Un grande incentivo sarebbe la curiosità di leggere la ricostruzione delle vicende che ruotano a personaggi assai “chiacchierati” come Freda e Ventura, fedele in quanto derivante dalla viva voce di uno di loro. E poi vorrei anche vedere come è riuscita la scrittura a quattro mani di due sorelle.

 

Cristina Di Giorgi