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martedì 19 giugno 2018

Esteri

17/05/2018 06:54

Il caso Svezia: da paradiso dell'integrazione a girone infernale

Escalation di reati (stupri, violenze e attacchi alla polizia) commessi in particolare da stranieri

Il caso Svezia: da paradiso dell'integrazione a girone infernale

Un fallimento senza precedenti, che rischia di costare carissimo: così può essere definita, senza timore di smentita, la politica di accoglienza di un numero sempre crescente di immigrati messa in atto negli ultimi anni dal governo svedese. Una politica che, stando alle statistiche dei crimini violenti commessi nel Paese scandinavo, ha avuto come conseguenza la trasformazione di quello che veniva definito come “paradiso dell'integrazione” in un inferno in cui, a bruciare, sono soprattutto i cittadini svedesi.

Vale, a sostegno di tali affermazioni, il rapporto annuale dello Swedish Crime Prevention Council, da poco reso pubblico dalle autorità locali: il quadro che ne emerge è devastante, soprattutto per quanto riguarda omicidi e stupri ma anche per le aggressioni a poliziotti e membri delle forze di sicurezza, commesse principalmente da appartenenti a gang, soprattutto giovanili.

Negli ultimi tempi - sottolinea Federico Cenci su Interris.it - le cronache locali danno conto di feroci scontri tra bande di criminali, con decine di sparatorie e attacchi esplosivi”, che “sono stati 54 tra il 2011 e il 2016”. Quanto agli “attacchi con ogni tipo di arma da fuoco, sono triplicati tra il 2008 e il 2016” e “secondo alcuni media solo nel 2017 sarebbero stati almeno 300”. Una tendenza confermata anche nel 2018: dall'inizio dell'anno risulta ci siano già stati almeno quattro morti.

E se è vero che dal 2016, in ottemperanza ad un disposto del governo, le forze dell'ordine evitano di rendere nota non solo l'identità di sospetti e colpevoli di determinati reati, ma anche particolari che possano “fomentare il razzismo” (tra cui etnia, origine, colore della pelle) con lo scopo di “evitare che alcuni gruppi etnici possano essere criminalizzati”, lo è altrettanto il fatto che molti dei reati commessi sono attribuibili ad immigrati.

In proposito una ricerca dell'Università di Gavle rivela che il 35% di tutti gli omicidi avvenuti nel Paese tra il 2007 e il 2011 è collegato alla violenza tra gang composte da giovani non svedesi (così anche il professor Henrik Emilsson, ricercatore sul tema dell’immigrazione all’Università di Malmo, in un'intervista al New York Times), concentrate in quartieri urbani periferici divenuti tra l'altro terreno fertile per il proliferare di ogni tipo di fondamentalismo, anche religioso. Aree critiche - il governo locale ne ha mappate ben 53, in tutto il Paese - nelle quali per la polizia diventa sempre più difficile entrare e da cui, molto probabilmente, sono partiti i 300 foriegn fighters che sono andati ad ingrossare le fila dell'Isis in Medio Oriente. Oltretutto (così un recente rapporto del Centro Nazionale per gli studi sul terrorismo) risulta che poco meno della metà di loro sono tornati in Svezia. Con conseguenze evidenti quanto al pericolo di attentati (come quello del 7 aprile scorso, quando un uomo alla guida di un camion si è scagliato sulla folla, uccidendo 5 persone e ferendone una quindicina). Non è dunque un caso che il governo britannico nella pagina del suo sito ufficiale dedicata ai “consigli di viaggio”, abbia lanciato un allarme preciso, sottolineando i rischi di trovarsi coinvolti in “crimini violenti” in particolare in città come Malmoe e Goteborg. Ma non solo: anche in alcune zone di Stoccolma, infatti, la situazione sta rapidamente precipitando.

A proposito in particolare dell'escalation di stupri e violenze sessuali di vario tipo, anche “storiche femministe svedesi come Nalin Pekgul e Zelida Dagli - riferisce ancora Federico Cenci citando il portale Stv - hanno espresso il loro disappunto, costrette a dichiarare di aver dovuto abbandonare quartieri” della capitale “ormai in mano ai jihadisti per le minacce ricevute direttamente e per le molestie cui vengono sottoposte sempre più spesso le donne”.

Molestie (e violenze di genere) che, statisticamente parlando, assumono una terribile rilevanza anche quanto alla responsabilità degli immigrati, come dimostrato anche da ricercatori indipendenti: valga in proposito, a titolo di esempio e conferma di quanto sostenuto, l'analisi di Patrik Jonasson (disponibile on line sul blog dello studioso), che dà conto di “4.142 processi giudiziari relativi ad aggressioni sessuali nell'arco temporale che va dal 2012 al 2017. Le conclusioni non lasciano spazio ai dubbi: il 95,6% degli autori di stupri ha origini straniere” e le violenze vengono commesse “nelle città svedesi dove la popolazione di immigrati è più alta come Stoccolma, Hudiksvall e Eskilstuna”.

A tale (triste) elenco va aggiunta anche Malmo, dove peraltro a dicembre - lo ha raccontato tra gli altri il Daily mail on line - le svedesi sono scese in piazza per contestare la gestione della sicurezza da parte della polizia locale i cui vertici, poco dopo l'ennesima brutalità (vittima una ragazza di 17 anni, stuprata e seviziata), non avevano trovato di meglio da fare che diffondere un comunicato in cui si diceva alle donne: “Non avventuratevi da sole in città dopo il tramonto”. Una dichiarazione poi ritrattata, ma che costituisce comunque non solo una certificazione del fallimento delle forze dell'ordine nel gestire tali crimini, ma anche l'ammissione indiretta del fatto che quella degli stupri è un'emergenza che il governo svedese sembra incapace di arginare.

Il primo ministro, il socialdemocratico Stefan Lefvan - sottolinea Il Primato Nazionale - nega vi sia una relazione tra la recente immigrazione e la criminalità, ma non tutti sono d’accordo”. Più di qualcuno invoca l’invio dell’esercito e Dan Eliasson, commissario della Polizia Nazionale Svedese, ha lanciato tramite la tv l’appello a fare qualcosa. In relazione a tali istanze, il premier ha fatto sapere, nel corso di una recente intervista all'agenzia di stampa TT, di essere “pronto a fare tutto quello che servirà” affinché “la vera criminalità organizzata venga fatta sparire”. Chissà che invece non siano lui e il suo esecutivo, per la loro fallimentare politica di “tolleranza ad oltranza”, ad essere fatti sparire dagli elettori alle consultazioni di settembre.




Cristina Di Giorgi