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lunedì 20 ottobre 2014

Politica e affari

24/07/2013 10:57

Banca rossa: vietato parlarne (e scriverne)

"Il codice Salimbeni", che doveva far luce sulla vicenda, non aggiunge niente di clamoroso

Banca rossa: vietato parlarne (e scriverne)
Che delusione il libro sullo scandalo senese: altro che scoop clamorosi, pochissime le novità che emergono dalle pagine. E continuano i silenzi dell'Ad Viola sullo scambio di mail con Rossi prima del suicidio di quest'ultimo

 

Il libro inchiesta di Pino Mencaroni e Alberto Ferrarese, “il codice Salimbeni”, quello che doveva scoperchiare segreti e ricostruire nei minimi dettagli la vicenda (rossa) Monte dei Paschi, facendo luce su elementi fino ad ora trascurati, altro non è che una ripetizione – o poco più – di quanto uscito su televisioni e giornali in questi mesi. Dovevano emergere particolari seppelliti finora dal velo del silenzio, scoop clamorosi pronti a lasciare il segno e a imprimere un’accelerazione alle indagini. E invece … nulla di tutto questo. Si racconta nel minimo dettaglio tutto quello che è avvenuto nel giro di questi anni. I fatti, sì, quelli che tutti conoscono, ma senza mai infilare il dito nella piaga. L’unico che viene attaccato, frontalmente e costantemente, è Giuseppe Mussari, ex presidente dell’Abi. I due autori si chiedono il perché, in tutta questa vicenda, l’unico a pagare con il carcere sia stato Gianluca Baldassarri, l’ex responsabile dell’area finanza di Banca Mps. E rendono poi omaggio – non una, ma ben 4 volte – alle notizie lanciate in questi mesi dal giornale diretto da Antonio Padellaro: “Il giorno dello scoop de ‘il Fatto quotidiano’, grazie a il ‘fatto’”, e via discorrendo. Apprezzamenti continui al quotidiano rosso per eccellenza. 

Righe sprecate per rendere omaggio a giornalisti amici, forse? La realtà dei fatti, comunque, è che anche questo manoscritto è stato silenziato. Per trovare dei particolari interessanti del volume, dobbiamo infatti arrivare alla pagina 85. “I dubbi di Menzi”, si intitola il capitolo. Mencaroni e Ferrarese raccontano che il 15 novembre del 2007, Giuseppe Menzi, all’epoca dei fatti vice direttore generale vicario di Mps, e quindi non uno qualunque, trasmette una e-mail preoccupata ad Antonio Vigni, dove esprime a chiare lettere i suoi dubbi circa l’acquisizione di Antonveneta: “Banca divisionalizzata male, governance di fatto accentrata su Amsterdam, stallo dello sviluppo commerciale, crediti dell’ultimo anno a crescita zero, costi compromessi, uomini al vertice non affidabili o all’altezza del compito”, questi, i suoi commenti. Un’opinione chiara, netta, quella di Menzi. Che prova a far cambiare idea a Mussari e Vigni: niente da fare. Per il pagamento di Antonveneta vengono effettuati otto bonifici. Il Monte spiega di aver pagato 9 miliardi più 230 milioni di interessi.  Peccato che nell’operazione, già scellerata di suo, adesso spuntano anche ulteriori e possibili nuove “stecche”. Anche in questo caso, i due autori lanciano il sasso ma nascondono la mano. Riportano le dichiarazioni di Fabrizio Viola (“non mi aspettavo così tanta robaccia sotto il tappeto”) e lo fanno figurare quasi come il salvatore della patria. Fatto sta che l’attuale amministratore delegato di Mps, presente nella sede de “il Tempo” alla presentazione del libro, descrive il manoscritto come un “volume bellissimo”, che lo ha colpito molto e su cui “non c’è niente da aggiungere”.

E invece cose da aggiungere ce ne sono eccome. I due autori raccontano del suicidio di David Rossi, l’ex capo della comunicazione, e di quelle strane mail inviate a Viola prima della tragedia. Mencaroni e Ferrarese descrivono la vicenda, sì, ma su quegli imbarazzanti scambi elettronici (“devo parlarti immediatamente su quel tema, è urgente, vorrei garanzie, altrimenti la faccio finita”), nessuna spiegazione. Zero assoluto. Anzi, nella sede di Piazza Colonna, tanti sorrisi e parole di circostanza. La domanda, allora, sorge spontanea: ma il libro, da chi è stato finanziato? Questo, oggi, non ci è dato saperlo. Viola, alla presentazione, svolge il ruolo del predicatore: “La banca non può appartenere a Siena perché abbiamo 4 milioni e spicci da rimborsare”. Dichiarazioni che arrivano solo dopo l’abolizione del limite del 4% al diritto di voto per i soci privati di Banca Mps. La realtà dei fatti, però, è che fino all’ultimo, insieme all’aiuto del Pd e del sindaco di Siena, Valentini, si è cercato di fare di tutto per far cambiare idea alla Fondazione.

Su quelle mail con David Rossi, alla domanda di alcuni giornalisti, Viola non solo non risponde, ma se la cava nascondendosi dietro a un dito: “Non ho nulla da rimproverarmi”, risposta secca e poi via a gambe levate.

“Il codice salimbeni”, un libro che doveva aiutare a comprendere e che invece fa aumentare i dubbi. 

Federico Colosimo