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mercoledì 23 maggio 2018

Anniversari

13/02/2018 06:57

La Beffa di Buccari

L'audace impresa di tre Mas italiani, che insegnarono al mondo cosa significa 'Osare l'Inosabile'

La Beffa di Buccari

In onta alla cautissima flotta austriaca, occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono di ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad Osare l'Inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.

Non è difficile immaginare cosa devono aver provato gli austriaci quando, la mattina dell'11 febbraio 1918, trovarono nella baia di Buccari - in cui, secondo le informzioni ricevute dagli agenti dello spionaggio italiano, si trovavano numerose imbarcazioni militari e civili nemiche - tre bottiglie ornate da un nastro tricolore con dentro un volantino riproducente il suddetto testo.

A scriverlo, per celebrare una delle imprese più audaci della Grande Guerra, fu Gabriele D'Annunzio, che partecipò a quella che passò alla storia come “la Beffa di Buccari” a bordo del M.A.S.96 - conservato al Vittoriale degli Italiani - guidato dal capitano di corvetta Luigi Rizzo. Insieme a loro c'erano il Mas 95 (tenente di vascello Profeta De Santis) e 94 (sottotenente di vascello Andrea Ferrarini). Un pugno di uomini valorosi comandati da Costanzo Ciano, che dopo 14 ore di navigazione (i tre Mas erano partiti infatti alle 22 del 10 febbraio trainati ciascuna da una torpediniera e protetti da unità leggere della marina e da due sommergibili da guerra) giunsero nei pressi dell'isola di Cherso. Quindi, percorrendo un lungo tratto della costa istriana (circa 50 miglia), attraversarono le maglie della difesa nemica posta a guardia delle navi all'ancora, fino a giungere vicinissimi alle stesse: tra l'incredulità delle vedette nemiche (che non reagirono, scambiando i Mas per naviglio austriaco ritenendo impossibile che unità nemiche fossero riuscite ad arrivare fino al cuore della protettissima baia), quelle tre piccole imbarcazioni tricolori, essendo a portata di tiro, lanciarono ciascuna un siluro. Nessuno dei tre colpi andò però a bersaglio, essendovi a protezione del porto reti nelle quali le bombe italiane restarono incagliate.

L'azione, seppure senza risultati materiali (nessuna imbarcazione nemica venne infatti lesionata e/o affondata), si concluse comuque con successo: i tre Mas infatti, dopo aver lasciato la loro “firma” nelle acque della baia, riguadagnarono il largo e si misero in salvo senza danni né perdite. Senza contare il fatto che la scorreria aveva dimostrato “le facili smagliature ed il mancato coordinamento del sistema di vigilanza costiero austriaco - si legge in un articolo sull'argomento pubblicato in marina.difesa.it - che finiva per prestare il fianco all'intraprendenza dei marinai italiani, sempre più audaci”.

Quanto poi all'aspetto psicologico, la Beffa di Buccari - che ebbe una notevole risonanza anche per la partecipazione alla stessa del Vate - ebbe un peso incalcolabile. Essa infatti rappresentò un'iniezione poderosa di energia che risollevò il morale dell'intero Paese e soprattutto dell'esercito, che in quel periodo si stava riorganizzando sul Piave dopo la terribile sconfitta di Caporetto.

I tre Mas e i loro equipaggi - la cui azione suscita tutt'ora un moto di orgoglio e fierezza in chi coltiva ed alimenta l'amor di patria - hanno insegnato al mondo cosa significa “Osare l'inosabile”. Ed è anche grazie a loro che l'Italia, nella battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre - 4 novembre 1918) seppe ancora una volta dimostrarsi all'altezza della sua storia e conquistare la Vittoria.


Cristina Di Giorgi