Cerca nel sito:

martedì 28 marzo 2017

Storia

20/03/2017 13:04

I piani regolatori dei centri urbani

1908, vicende post sisma

I piani regolatori dei centri urbani

L'intervento fascista fu determinante: strade, pavimentazioni, reti fognarie, piantumazioni caratterizzarono l'immane opera di ricostruzione

Il tema della progettazione dei piani regolatori dei nuovi centri urbani è sempre una priorità, dopo un evento catastrofico come fu il sisma che devastò il sud Italia nel 1908. Importante in merito lo studio geologico del terreno su cui si dovevano costruire i nuovi fabbricati: per questo c'era una apposita commissione e vennero emanate apposite norme che andavano a invadere anche il campo delle espropriazioni e degli svincoli delle relative indennità, il finanziamento dei lavori, le indicazioni per i Comuni per i relativi mutui.

Quanto a Messina c'era, sin da prima del 1908, il problema della deficienza del sistema delle fognature e già degli studi erano dunque in corso. Essi vennero dunque adeguati alla nuova situazione post sisma. I problemi non erano pochi, tra questi il fatto che i piani e i documenti esistenti al momento del sisma erano andati distrutti nell'incendio che si era sviluppato nel Palazzo Comunale a seguito del terremoto, la città era ingombra di macerie ed era di particolare difficoltà procedere a stime e rilievi, che invece sarebbero stati urgenti. Sembra la fotocopia di quanto accade oggi ad Amatrice e nelle altre zone terremotate del centro Italia. Nell'agosto 1909 in una riunione presso il Ministero dei Lavori pubblici che prevedeva anche la partecipazione delle amministrazioni interessate si decise come sistemare i servizi ferroviari e le aree al porto: la via Garibaldi, allargata a 30 metri, avrebbe formato il nuovo fronte a mare della città e avrebbe costituito la via di comunicazione principale tra l'antico centro e il suo ampliamento a nord e a sud. Ampliamento derivato dalle necessità post terremoto. A compilare il piano fu l'ing. Luigi Borzì, su incarico conferitogli dal Comune di Messina. Il piano venne esaminato dall'assemblea generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel marzo 1910 e venne approvato con qualche piccola modifica. A dichiarare il piano di pubblica utilità fu il Decreto reale 26 giugno 1910. Secondo il progettista ci sarebbero voluti 25 anni e il progetto prevedeva tra l'altro l'uso totale dell'antica sede della città, il suo ampliamento verso il piano delle Moselle fino alla ferrovia Messina-Palermo e verso il torrente Annunziata; una nuova rete fognaria e il completamento delle condutture di acqua potabile anche con allacci a nuove sorgenti; una circonvallazione con effetti anche panoramici e utile alle comunicazioni tramviarie.

Vennero imposti limiti alle altezze delle nuove case e stabiliti i criteri della larghezza delle strade: è naturale che questi criteri portarono a un ampliamento della città. Quando il Fascismo arriva al governo del Paese la situazione è più o meno questa, a Messina. Prima del 1932 era pressoché ultimata la rete delle arterie principali e aperta al transito, la circonvallazione era aperta completamente e restavano da ultimare solo il secondo tratto del terzo tronco e il quarto; era stato quasi completato, al 1932, il programma delle opere di sistemazione idraulica dei torrenti, nei tratti che ricadevano nel piano regolatore, con le relative coperture ed attraversamenti; erano ultimate la sistemazione e copertura del torrente Portalegni, la sistemazione e l'attraversamento dei torrenti Boccetta, Trapani, S. Licandro, di quasi tutto il torrente Giostra, quello Annunziata e quello Zaera. Largo impiego venne dato alle pavimentazioni stradali in pietra lavica sia per le arterie principali che per le vie di collegamento delle stesse. Altre vie vennero pavimentate in asfalto compresso monolitico, altri a Mac Adam bitumati per le strade a traffico intenso e per i tratti a percorrenza di mezzi pesanti e veloci vennero usati blocchetti di porfido poggiati su massetto di conglomerato cementizio. Per i marciapiedi asfalto colato monolitico, pietrine in cemento o a graniglia di pietra lavica, brevi tratti con mattonelle di asfalto compresso.  Per via Garibaldi i pavimenti vennero eseguiti in pietra calcare bianca di Modica  e di Lazzaro.

A questa epoca il sistema fognario è ultimato ed efficiente, eseguiti anche i lavori di giardinaggio e alberature, perché l'essere umano vive anche di queste cose. Su viale Principe Amedeo venne iniziata la piantagione di una lunga distesa di palme dattifere.

Quanto a Messina, ancora, venne progettato anche il piano regolatore per la zona industriale e anche la zona agrumaria venne presto sistemata a dovere.

A Reggio Calabria il progetto del piano regolatore venne affidato all'ing. Pietro De Nava: anche qui si assiste a un ampliamento del territorio comunale, e anche qui la ricostruzione fascista diede eccellente prova di sé, sulle stesse linee già viste per Messina: fabbricati più bassi, strade ampie, pavimentazioni, collegamenti, piantumazioni, giardini e così via. Per il piano di Palmi, si occupò del progetto l'ing. Pucci.

 

Alla fine del 1922 la quasi totalità delle chiese era ancora macerie

La ricostruzione degli edifici di culto

Il concorso dello Stato arrivò fino a oltre l'83%  e, per quelle ricostruite entro il 1927, addirittura al 91,66%

Quanto sono importanti gli edifici di culto per ogni popolo? Moltissimo. Essi costituiscono il fulcro della vita sociale da sempre, e sono da sempre culla dell'arte e della tradizione in ogni luogo del mondo e specialmente in Italia.

Dopo la catastrofe del 1908, arrivati alla fine del 1922 la quasi totalità delle chiese era ancora a terra. Diverse disposizioni erano state emanate dai governi precedenti, senza ottenere risultati. Le leggi prevedevano un intervento statale pari a un terzo della spesa prevista. Lo Stato fascista lasciò alle Autorità ecclesiastiche l'iniziativa e la cura della progettazione ed esecuzione delle ricostruzioni, fornendo però nuove e importanti agevolazioni: quanto alle due maggiori cattedrali di Messina e di Reggio Calabria, con gli annessi episcopi e seminari, lo Stato concesse un contributo pari agli 8/9 della spesa. I contributi statali per tutte le chiese da ricostruire giunsero fino ad oltre l'83% e per quelle ricostruite entro il 1927 addirittura al 91,66%. Venne data la possibilità di usufruire del contributo anche per l'arredamento delle chiese, per le suppellettili necessarie, fino a un massimo del 15% del costo previsto per la ricostruzione. Con un accordo stipulato il 30 marzo 1928 tra l'Arcivescovo di Messina e il Ministero delle Finanze, vennero stanziati 175 milioni di lire in sei esercizi: l'arcivescovo con essi provvide a ricostruire la Cattedrale di Messina, l'Episcopio, il Seminario e la Cattedrale dell'Archimandritato, tutte le chiese parrocchiali, succursali ed altre numerose preesistenti in città e nella circoscrizione ecclesiastica, le relative case canoniche, gli istituti per la formazione del clero, per l'educazione della gioventù povera, per l'assistenza sociale. Una lunga lista: seminario, convitto, ospizio "per storpi poveri e per deficienti", orfanotrofi, ricovero per figli di carcerati, sanatori e ospedali per i poveri, ricovero per ree pentite.

Analoga situazione vediamo a Reggio Calabria, salvo che per alcuni edifici per i quali i relativi diritti a mutuo degli Enti legittimi erano stati usati secondo le norme comuni. Anche qui, per esempio, il Duomo venne ricostruito con spesa a carico dello Stato pari a 8/9 del totale. Al 30 giugno 1932 erano state ricostruite 75 chiese parrocchiali. 

Nella foto il Duomo di Reggio Calabria ricostruito dopo il terremoto

Emma Moriconi