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martedì 28 marzo 2017

Il libro

11/01/2017 05:30

I 5 anni in regione cominciarono così…

Francesco Storace ricorda anche i tempi che precedettero la candidature alla Pisana

I 5 anni in regione cominciarono così…
'Berlusconi non mi voleva, ma poi fu conquistato da una mia battuta. E si spese molto'

 

Francesco Storace ricorda anche i tempi che precedettero la candidature alla Pisana
I 5 anni in regione cominciarono così…
“Berlusconi non mi voleva, ma poi fu conquistato da una battuta. E si spese molto”
Con il capitolo che pubblichiamo oggi, Francesco Storace, nel suo libro “La prossima a destra”, inizia a raccontare i cinque anni alla presidenza della Regione Lazio. Il libro, pubblicato da Minerva, è disponibile anche su Amazon.
NON ERO UNA VELINA
Indubbiamente non avevo il fisico. I canoni berlusconiani sono spietati da questo punto di vista: prima ancora che intelligente, sveglio, preparato, il candidato ideale deve essere innanzitutto bello, e magari magro e slanciato. Eppure avevo perso una quindicina di chili l'anno prima, nel '99 e non certo per guadagnarmi la candidatura alla presidenza della regione Lazio. Semplicemente era accaduto che dall'autunno 1997 in poi, dopo la scoppola che Rutelli ci aveva inflitto conquistando il secondo mandato da sindaco di Roma, Fini mi aveva affidato la guida della federazione capitolina di An. Succedevo a Pierluigi Fioretti, amico mio, che giustamente l'aveva presa un po' male. Facemmo pace anni dopo e ne fui felice.
Presi l'incarico alla lettera, anche se Gianfranco aveva cercato di imbrigliarmi subito. Voleva nominare assieme a me, come mio vice, Tonino Mazzocchi, deputato come me e di corso democristiano. Gli risposi che se lo desiderava al mio fianco lo avrei nominato io, ma non avrei mai accettato la stessa legittimazione mia, come "federale". Ovviamente, Fini capi' che non era il caso - tanto mi conosceva - e mi misi a lavorare come un pazzo in tutta la città. Ogni sera cene e grappe, lievitai rapidamente molto oltre il quintale, e mi ristabilii qualche mese dopo. Invidiavo Fabio Rampelli, nominato segretario regionale assieme a me: per la linea fisica. 
Comunque, la squadra lavorò a tappeto e organizzammo le primarie per designare i candidati nei collegi provinciali di Roma. E ricordo due sorprese femminili, che tutti avevano aiutato a farsi valere: Giorgia Meloni alla Garbatella e Barbara Saltamartini a Monteverde, che poi furono elette consigliere provinciali con mia gioia. Anche perché venivano da quartieri davvero popolari e rossi, soprattutto il primo. Col 31 per cento dei voti raccolti da An a Roma - li considero un mio trofeo personale - spalancammo a Silvano Moffa il portone dell'amministrazione provinciale di Roma. L'entusiasmo fu incontenibile, e Silvano, va detto, dette una buona prova di se' come presidente. Ma come succede in Italia governare bene non è sufficiente per vincere...
Mesi dopo celebrammo il congresso cittadino di An e fui eletto all'unanimità dai mille delegati, senza candidature contrapposte. Anche qui, un passaggio davvero bello per me, suggellava un primato romano che mi inorgogliva. Erano davvero gli anni d'oro della destra sociale, quella che si celebrava ogni anno alla convention nazionale di Orvieto.
Poi, le regionali. Preparate da una lunga campagna elettorale, condotta fianco a fianco in particolare al l'indimenticabile Giampiero Arci - se ne è andato troppo presto da questa terra - assieme ad Andrea Augello, Francesco Aracri e il sempre giovane Fabio Sabbatani Schiuma. Le chiavi della federazione di via Po le avevano loro. Inventai un meccanismo per arrivare a designare il candidato presidente per Alleanza nazionale. Una rosa di tre nomi: Andrea Augello, Fabio Rampelli e il popolarissimo Mino D'Amato, anche lui scomparso e mi spiace ancora oggi che ci lasciammo male, perché non lo avevo nominato assessore in regione. Francesco D'Onofrio, maggiorente Ccd, si incarico' di dire di no ad ogni nostro candidato e AN si ritrovò attorno al mio nome. Ricordo una riunione dei tanti parlamentari del partito del Lazio, in particolare gli interventi infuocati a mio sostegno di Vincenzo Zaccheo e Michele Bonatesta (quest'ultimo ora ce l'ha con me perché non ha fatto più il senatore dopo varie legislature: aveva litigato con mezzo mondo).
Fini fu tenace in quell'occasione. Berlusconi non voleva assolutamente la mia candidatura, mi considerava una specie di estremista che spaventava i moderati (e invece mi votarono un mare di democristiani). Un giorno ci ritrovammo ad Arcore con tutti i candidati presidenti in pectore delle regioni e Silvio, per farci dispetto, tirò fuori i soliti sondaggi: sembrava quasi che stavamo li' li' per vincere in Umbria mentre il Lazio diventava preda dei cosacchi. Tutte balle per costringermi al ritiro per candidare alla fine il giovane Franz Turchi, decisamente più educato di me ai suoi occhi (in realtà Berlusconi non mi perdonava di non aver ubbidito da presidente della vigilanza Rai nella trattativa sulla legge Maccanico in tema di emittenza televisiva...).
Comunque, non senza fatica, nella trattativa la spuntammo noi e a metà dicembre '99 il centrodestra ufficializzo' la mia designazione. Pierferdinando Casini mi convocò nel suo ufficio per spiegarmi perché avrei perso. Lo mandai dove potete immaginare. Fini mi disse semplicemente "facci fare bella figura" e gli dissi di preparare una bottiglia di champagne.
A marzo la manifestazione all'Hilton di Roma - strapieno - con tutti i leaders. La sera prima mi telefonò Paolino Bonaiuti che col suo solito fare cordiale mi chiese: "Cosa vuoi che dica domani il Cavaliere di te?". Gli risposi testuale: "A Pa', digli di dire il contrario di quello che pensa". Questa battuta conquistò Berlusconi, che dal giorno dopo si batte' come un leone per la mia vittoria. Il Grande Bugiardo era stato pizzicato e si sdebitava con la consueta voglia di combattere. 



Con il capitolo che pubblichiamo oggi, Francesco Storace, nel suo libro “La prossima a destra”, inizia a raccontare i cinque anni alla presidenza della Regione Lazio. Il libro, pubblicato da Minerva, è disponibile anche su Amazon
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NON ERO UNA VELINA

Indubbiamente non avevo il fisico. I canoni berlusconiani sono spietati da questo punto di vista: prima ancora che intelligente, sveglio, preparato, il candidato ideale deve essere innanzitutto bello, e magari magro e slanciato. Eppure avevo perso una quindicina di chili l'anno prima, nel '99 e non certo per guadagnarmi la candidatura alla presidenza della regione Lazio. Semplicemente era accaduto che dall'autunno 1997 in poi, dopo la scoppola che Rutelli ci aveva inflitto conquistando il secondo mandato da sindaco di Roma, Fini mi aveva affidato la guida della federazione capitolina di An. Succedevo a Pierluigi Fioretti, amico mio, che giustamente l'aveva presa un po' male. Facemmo pace anni dopo e ne fui felice.
Presi l'incarico alla lettera, anche se Gianfranco aveva cercato di imbrigliarmi subito. Voleva nominare assieme a me, come mio vice, Tonino Mazzocchi, deputato come me e di corso democristiano. Gli risposi che se lo desiderava al mio fianco lo avrei nominato io, ma non avrei mai accettato la stessa legittimazione mia, come "federale". Ovviamente, Fini capi' che non era il caso - tanto mi conosceva - e mi misi a lavorare come un pazzo in tutta la città. Ogni sera cene e grappe, lievitai rapidamente molto oltre il quintale, e mi ristabilii qualche mese dopo. Invidiavo Fabio Rampelli, nominato segretario regionale assieme a me: per la linea fisica. Comunque, la squadra lavorò a tappeto e organizzammo le primarie per designare i candidati nei collegi provinciali di Roma. E ricordo due sorprese femminili, che tutti avevano aiutato a farsi valere: Giorgia Meloni alla Garbatella e Barbara Saltamartini a Monteverde, che poi furono elette consigliere provinciali con mia gioia. Anche perché venivano da quartieri davvero popolari e rossi, soprattutto il primo. Col 31 per cento dei voti raccolti da An a Roma - li considero un mio trofeo personale - spalancammo a Silvano Moffa il portone dell'amministrazione provinciale di Roma. 
L'entusiasmo fu incontenibile, e Silvano, va detto, dette una buona prova di se' come presidente. Ma come succede in Italia governare bene non è sufficiente per vincere...Mesi dopo celebrammo il congresso cittadino di An e fui eletto all'unanimità dai mille delegati, senza candidature contrapposte. Anche qui, un passaggio davvero bello per me, suggellava un primato romano che mi inorgogliva. Erano davvero gli anni d'oro della destra sociale, quella che si celebrava ogni anno alla convention nazionale di Orvieto.
Poi, le regionali. Preparate da una lunga campagna elettorale, condotta fianco a fianco in particolare all'indimenticabile Giampiero Arci - se ne è andato troppo presto da questa terra - assieme ad Andrea Augello, Francesco Aracri e il sempre giovane Fabio Sabbatani Schiuma. Le chiavi della federazione di via Po le avevano loro. Inventai un meccanismo per arrivare a designare il candidato presidente per Alleanza nazionale. Una rosa di tre nomi: Andrea Augello, Fabio Rampelli e il popolarissimo Mino D'Amato, anche lui scomparso e mi spiace ancora oggi che ci lasciammo male, perché non lo avevo nominato assessore in regione. Francesco D'Onofrio, maggiorente Ccd, si incarico' di dire di no ad ogni nostro candidato e AN si ritrovò attorno al mio nome. Ricordo una riunione dei tanti parlamentari del partito del Lazio, in particolare gli interventi infuocati a mio sostegno di Vincenzo Zaccheo e Michele Bonatesta (quest'ultimo ora ce l'ha con me perché non ha fatto più il senatore dopo varie legislature: aveva litigato con mezzo mondo).
Fini fu tenace in quell'occasione. Berlusconi non voleva assolutamente la mia candidatura, mi considerava una specie di estremista che spaventava i moderati (e invece mi votarono un mare di democristiani). Un giorno ci ritrovammo ad Arcore con tutti i candidati presidenti in pectore delle regioni e Silvio, per farci dispetto, tirò fuori i soliti sondaggi: sembrava quasi che stavamo li' li' per vincere in Umbria mentre il Lazio diventava preda dei cosacchi. Tutte balle per costringermi al ritiro per candidare alla fine il giovane Franz Turchi, decisamente più educato di me ai suoi occhi (in realtà Berlusconi non mi perdonava di non aver ubbidito da presidente della vigilanza Rai nella trattativa sulla legge Maccanico in tema di emittenza televisiva...).Comunque, non senza fatica, nella trattativa la spuntammo noi e a metà dicembre '99 il centrodestra ufficializzo' la mia designazione. 
Pierferdinando Casini mi convocò nel suo ufficio per spiegarmi perché avrei perso. Lo mandai dove potete immaginare. Fini mi disse semplicemente "facci fare bella figura" e gli dissi di preparare una bottiglia di champagne.A marzo la manifestazione all'Hilton di Roma - strapieno - con tutti i leaders. La sera prima mi telefonò Paolino Bonaiuti che col suo solito fare cordiale mi chiese: "Cosa vuoi che dica domani il Cavaliere di te?". Gli risposi testuale: "A Pa', digli di dire il contrario di quello che pensa". Questa battuta conquistò Berlusconi, che dal giorno dopo si batte' come un leone per la mia vittoria. Il Grande Bugiardo era stato pizzicato e si sdebitava con la consueta voglia di combattere. 


 

Francesco Storace