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venerdì 23 febbraio 2018

l'intrigo internazionale

13/02/2018 15:28

Piattaforma Eni, cose turche

La Saipem 12000 resta bloccata al largo di Cipro, tenuta a vista dalla marina militare di Erdogan. La Farnesina balbetta

Piattaforma Eni, cose turche

Gli interessi nazionali italiani nel Mediterraneo danno fastidio a qualcuno. Ma a difenderli trovano un governo debole, distratto dalla disperata ricerca di un consenso minimo attraverso la campagna elettorale per assicurarsi una immeritata proroga. I fatti restano fermi a venerdì sera, quando la marina militare turca ha fermato il viaggio della Saipem 12000, la piattaforma dell'Eni, che si stava dirigendo verso Cipro per iniziare operazioni di trivellazione su licenza del governo di Nicosia. Una mossa a sorpresa, annunciata dal ministro degli esteri cipriota e confermata dal gruppo petrolifero italiano, che arriva dopo le parole del presidente turco Recyp Erdogan che, all'indomani della sua visita in Italia, si era detto contrario alle operazioni del gruppo "nel Mediterraneo orientale". E ciò, si badi bene, in barba all’ospitalità tutta salamelecchi che Roma ha riservato (per la verità pure Bergoglio, con tanto di bacio pontificale) all’aspirante novello sultano: "I lavori (di esplorazione) del gas naturale in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi", aveva sottolineato lo stesso Erdogan spiegando di aver espresso, nella sua missione a Roma la scorsa settimana, le "preoccupazioni turche" al presidente Sergio Mattarella ed al premier Paolo Gentiloni.

Ieri, con la consueta calma e posizione prona che appartiene alla nostra diplomazia, la Farnesina ha fatto sapere che “segue al più alto livello, in raccordo con le proprie rappresentanze diplomatiche a Nicosia e Ankara, la vicenda della nave Saipem 12000, cui le autorità turche non consentono al momento di proseguire la navigazione verso l'area di destinazione. Il Ministero degli Esteri, secondo quanto appreso, sta esperendo – continua il testo contenuto nella classica velina impersonale di questi casi – tutti i possibili passi diplomatici per risolvere la questione”.

 Tutta un’altra musica, assai suadente, rispetto a quella suonata dalle grancasse della sinistra più vicina ai centri di potere quando si è trattato di punire l’Egitto con richiami dell’ambasciatore per la scomparsa di Giulio Regeni. In quel caso si poteva ben strillare: perché “verità per Regeni” diventava l’ordine di rovinarsi i rapporti col Cairo e quindi, anche in quel caso, il risultato era la crescente difficoltà per l’Eni di scavare i pozzi al largo di Alessandria che aveva appena scoperto. Mentre invece, ora che le indagini sulla brutta fine del ricercatore friulano hanno preso con forza la direzione di Cambridge, laddove gli è stato affidato un compito dai mille pericoli, gli striscioni gialli passano di moda e le convocazioni delle legature con il Regno Unito sono velocemente scartate come opzione.

Ma tant’è. La piattaforma dell'Eni Saipem 12000, resta così malinconicamente bloccata a circa 50 chilometri dal luogo previsto per le esplorazioni di idrocarburi, a sud-est dell'isola di Cipro, guardata a vista dalla marina militare turca. Un tempo si sarebbe richiamata la “credibilità internazionale”. E dire che in Europa abbiamo pure la Mogherini, “lady Pesc”. La sinistra tuttavia i posti non li occupa nell’interesse nazionale. Ma nel proprio. Un giacimento di sederi cui trovare poltrone.